Basilicata, Lucania, Giustino Fortunato, Franchetti, Edizione D'epoca, Rarita', 1918

Basilicata, Lucania, Giustino Fortunato, Franchetti, Edizione D'epoca, Rarita', 1918

Valore stimato — €209.3

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GIUSTINO  FORTUNATO

 

 

 

 

LEOPOLDO FRANCHETTI

 

RICORDI

 

 

 

Roma,Tip. Editrice Laziale, 1918

 

Cm.23,5;  pp.8; bross. edit.

 

 

 

Interessante edizione originale antica e d'epoca,

scritto del noto meridionalista meridionale (lucano) Giustino Fortunato per commemorare la figura di Leopoldo Franchetti, già Presidente dell'Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d'Italia,

 

del quale è qui presente anche un ritratto fotografico in una tavola illustrativa fuori testo;

 

nel necrologio troviamo anche riferimenti bibliografici, e citazioni relative al terremoto della Calabria, la malaria, Celli, Turiello, Villari, Napoli, Roma, Palazzo Chigi, Vulture, Michele Torraca, A. Salandra, inchiesta parlamentare sulla Marina, Rosadi, Eritrea, Libia, Montesca, ...

 

 

 

DI INTERESSE CULTURALE, STORICO-LOCALE, POLITICO, BIBLIOGRAFICO

 

 

 

Buona conservazione generale, segni e difetti d'uso e d'epoca, sparse fioriture o difetti vari marginali, esemplare impreziosito da una dedica autografa manoscritta dell'autore (G. Fortunato).

 

(l'immagine allegata raffigura un particolare del frontespizio, eventuali ulteriori informazioni a richiesta)

 

 

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GIUSTINO FORTUNATO

 

 GIUSTINO FORTUNATO, RITRATTO

 

Giustino Fortunato nasce a Rionero in Vulture il 4 settembre 1848 da Pasquale Fortunato e Antonia Rapolla.

La sua famiglia, proveniente da Giffoni (SA) si è insediata a Rionero all’inizio del 1700, con Carmelio Fortunato, dove ha svolto attività agricola e pastorizia senza tralasciare però gli studi e l’amore per la cultura. Infatti, pur essendo Giustino Fortunato il più noto della famiglia, non mancarono fra i suoi avi giuristi, medici, un diplomatico e perfino un Ministro dell’allora Regno delle due Sicilie anch’egli di nome Giustino.

Il Fortunato si laureò in Giurisprudenza a Napoli dopo aver conseguito la licenza liceale frequentando dapprima il collegio dei Gesuiti quindi per cinque anni, insieme al fratello Ernesto, il collegio degli Scolopi di San Carlo alle mortelle. Contestualmente agli studi “scolastici” non mancò a Giustino la guida costante dello zio Gennaro.

Conseguita la laurea però, il Fortunato si rese conto che i suoi interessi non erano diretti né verso l’amministrazione del patrimonio familiare, né verso l’attività forense perciò pensò di concorrere agli impieghi della carriera amministrativa e venne nominato Consigliere di Prefettura a Lecce, incarico che non esercitò per non dispiacere a suo padre che voleva invece avviarlo alla carriera politica.

La sua attività politica si caratterizza per la famosa “Questione Meridionale” che il Fortunato sollevò prepotentemente in Parlamento dove vi entrò per la prima volta nel 1880, all’età di trentadue anni.

La “Questione Meridionale” sollevata dal Fortunato è diretta conseguenza delle conoscenze storiche, geografiche, morfologiche dell’intero territorio interessato dall’Appennino Meridionale che il Fortunato, iscritto al Club Alpino Italiano, attraversò a piedi e visitò.

Grazie a questa sua passione di alpinista, ebbe modo di conoscere le situazioni socio-economiche delle zone meridionali da lui visitate, appassionandosi alle condizioni delle genti del Sud fino al punto da invitare l’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli a visitare e conoscere di persona l’Italia Meridionale, e lo stesso infatti, alloggiò, in occasione della visita, nella Casa di don Giustino dal 26 al 29 settembre 1902.

 

 GIUSTINO FORTUNATO CON GIUSEPPE ZANARDELLI, ALLORA PRESIDENTE
DEL CONSIGLIO, ED IL SINDACO BRIENZA NELLE STRADE DI RIONERO IN VULTURE
(27 SETTEMBRE 1902)


Spesso rifiutò la direzione di vari Ministeri che i Presidenti del Consiglio di allora offrirono, rinunciando quindi definitivamente al collegio di Melfi nel febbraio del 1909, non prima di essersi prodigato per le cosiddette “ferrovie ofantine” consentendo così il passaggio della ferrovia per la sua Rionero dando con questa scelta impulso e vigore all’attività sociale ed economica dell’intera zona del Vulture.

Non meno impegnativa fu la sua attività per debellare la malaria, malattia molto diffusa. Si prodigò e costituì la Società per gli studi della malaria di cui divenne presidente, adoperandosi altresì in Parlamento per l’aprovazione della legge sulla vendita del chinino. Per questa sua iniziativa si formò un comitato per offrirgli una medaglia d’oro che pubblicamente il Fortunato, nella sua modestia, rifiutò.

Nello stesso anno in cui rinunciò al collegio di Melfi, fu nominato Senatore e precisamente il 4 aprile del 1909. Anche al Senato non mancò il suo impegno per la “Questione Meridionale”, anche se la partecipazione alle sedute, a causa della propria salute, non era più tanto assidua come in Parlamento.

Il 21 maggio 1915, giorno in cui si votò l’entrata in guerra dell’Italia Giustino Fortunato era presente al Senato e votò a favore. Ma lo stesso Salandra chiarì che il voto del Fortunato, dapprima legato più all’amicizia con lo stesso Salandra che ad altro, dopo l’intervento di Salandra in Campidoglio e la visione dei documenti, si trasformò in un voto convinto, seppure lo stesso Fortunato era sempre stato contro la guerra ed ai suoi concittadini aveva anticipato la sua neutralità in Senato. Così lo stesso Fortunato motivò il suo voto: “Ero per la neutralità assoluta… Ora che il dado è tratto, l’atto di sottomissione della coscienza è semplicemente un dovere, - il più sacro dei doveri verso sé e la patria -, così da credere perfino di avere errato”. Questa sua decisione gli provocò, due anni dopo, nel luglio del 1917 il ferimento da parte di un bracciante, nella sua Rionero. Fu così che, profondamente amareggiato, da allora partì per Napoli e non fece più ritorno a Rionero, neppure nel primo anniversario della morte del fratello Ernesto a lui tanto caro, per il quale fece apporre una lapide su una facciata della Casa di Gaudiano.

Al suo impegno parlamentare non si può trascurare la sua attività di storico e studioso che ha prodotto una notevole quantità di scritti, corrispondenza e pubblicazioni.

 

 GIUSTINO FORTUNATO, OTTUAGENARIO, RITRATTO NEL SUO STUDIO

Fra i suoi scritti ricordiamo: “La viabilità provinciale in Basilicata”, “Agli elettori del Collegio di Melfi”, “Della Valle di Vitalba ne’ secoli XI eXII”, “In memoria di Giuseppe Plastino”, “L’alta valle dell’Ofanto”, “Rionero Medievale”, “Santa Maria di Pierno”, “Scritti vari”, “Il Castello di Lagopesole”, “La Badia di Monticchio”, “Avigliano ne’ secoli XII e XIII”, “Politica e legislazione. Saggi raccolti di G. Fortunato”, “Lettera da Napoli (1787), di Goethe Johann Wolfgang, tradotte da Giustino Fortunato, “Riccardo da Venosa e il suo tempo”, “Leopoldo Fianchetti. Ricordi”, “Pagine e ricordi parlamentari”, “Rileggendo Orazio”, “Le strade ferrate dell’Ofanto”, e tantissimi altri ancora.

Va ricordato che recentemente l’Archivio storico del Senato della Repubblica ha pubblicato, a cura del prof. Maurizio Griffo, docente dell’Università degli studi di Napoli “Federico II”, un volume di lettere fortunatiane del carteggio di Giustino Fortunato con il Senato.

Notevole anche la produzione letteraria su Giustino Fortunato, da Raffaele Ciasca a Nino Calice, a tanti altri.

A conferma della sua passione di letterario e studioso, la sua casa di Napoli si trasformò, per molti anni, in “salotto letterario”, frequentato da studiosi, politici, intellettuali del tempo.

Dopo la malattia che lo colpì agli occhi nel 1904 e le tante sofferenze, in modo particolare la morte del fratello Ernesto che si spense tra le sue braccia, morì, confortato dalla sorella Anna il 23 luglio 1932 conosciuto, ormai, non solo in Italia ma anche in Francia ed in Germania.

Anche la sua gnerosità non fu da meno, avendo destinato il suo assegno del Senato in beneficenza ed avendo fatto costruire un asilo infantile a Rionero dedicato alla memoria della propria mamma ed un altro asilo a Lavello. (dal web)

 

 

GIUSTINO FORTUNATO


    Giustino Fortunato dev'essere anzitutto un signore: a quel modo che possono esserci dei signori anche da noi, in Italia. Gentiluomo di provincia, e padron di terre con cura di anime. La chiarezza istruttiva ed ornata dei suoi discorsi, anche di materia finanziaria o in altro modo tecnico, mi piace. Come il suo stile largo, riposato e fiorito, e le sue citazioni oraziane. Vorrei poter vedere da vicino le domestiche sedi e il pubblico famigliare delle Società Operaie di Melfi, di Venosa, di Palazzo S. Gervasio, e dei comuni di Lavello e di Muro Lucano, ove egli si recava a parlare, per poter degnamente raffigurare, intorno alla sua figura, l'ambiente paesano e casalingo. Tra i politicanti dei suo tempo, per quanto fatto segno d'onori, visse appartato e solitario: "profeta di sciagure", per forza di cose, e sebbene "costantemente lontano dalle ire di parte", costretto troppo spesso ad "andar contro corrente". La politica, considerò in fondo sempre, e non a torto, sfogo di passioni, nonchè brutali morbose e torbide, stolte e vane. Onde chi vi partecipa deve, per riscattare la sua innocenza, proporsi un compito di sincerità spietata, di calmo e attento giudizio, di rigorosa onestà. Nell'onestà privata anzi egli vide "la difesa più stabile dell'onestà politica". Né l'integrità morale gli parve qualità di poco conto, e insomma non necessaria, a coloro che in qualunque modo partecipano al governo della cosa pubblica. E non contento d'offrire egli stesso un esempio di saldo carattere e di condotta diritta e serena, volle anche studiare e riconoscere le cause delle nostre più profonde miserie, convinto fin da' primi anni "che l'Italia, dopo secoli di abiezione e di schiavitù, era moralmente fradicia ed economicamente povera, molto più povera di quello che anche ora crediamo, e, per giunta, niente affatto omogenea". Cotesta naturale povertà e pochezza morale, si compiacque di porre quante più volte gli fu possibile, sotto gli occhi dei suoi concittadini e compatrioti, deciso di tutto posporre all'"esatta minuta percezione del vero", e preoccupato della necessità d'aver coscienza della "suprema dolorosa verità delle cose". Insomma, vivendoci dentro nel modo più corretto dignitoso ed esemplare, egli ebbe campo di conoscere a fondo tutta la miseria e l'inutilità della vita pubblica. E certamente anche suo, e maturato da lui, dopo essersi nuovamente ritratto, fuor delle cure parlamentari, nella solitudine napoletana, deve essere quel convincimento, che egli attribuisce al fratello, da lui onorato con affetto così alto e commosso: "rinascita civile ed elevamento morale essere termini inseparabili, e tutto il resto ciarla, non che vana, dannosa".





    Spirito di predicatore, e quasi d'apostolo, c'è infatti in questo "pessimista": in questo "provveditore d'inquietudini", come lo chiamarono per dileggio. Perché a molti, quel suo tono di pedagogo, e quelle nozioni fredde e tristi offerte con monotona (se pur commossa) insistenza, dovevan riuscire senza dubbio noiose, terribilmente noiose. Lui che ci aveva sempre negli occhi le terre bruciate dalla malaria e dal sole, e la landa desolata e nuda dell'Ofanto, si sgolava a descrivere, e ragionare le difficili condizioni naturali di mezza Italia - la povertà del suolo, l'inclemenza del cielo, la mancanza d'acque sorgive, la cieca lotta contro le argille avvelenate - e anche, penetrando più addentro, osservava che "la terra meridionale, più che sterile, é esaurita, dacché per secoli la nostra economia agraria si é fondata su lo sfruttamento, meno del suolo che del coltivatore, e la produzione fu ed é dovuta più all'opera del lavoro che al contributo del capitale". Da queste premesse taceva discendere tutte le sue conclusioni. Perché, una volta dimostrata la precaria situazione economica (e morale) d'Italia, diventava naturale per lui chiedere una politica di sincerità e di raccoglimento, aliena da ogni fasto e vanagloria: convinto che "il problema agricolo di tanta parte d'Italia, quello di passare dalla cultura estensiva alla cultura intensiva, è un problema puramente agronomico: il che vuol dire, più chiaramente, un problema di capitali a buon mercato", - non poteva non invocare una politica finanziaria cauta e senza illusioni, un governo democratico preoccupato di moderar saggiamente e comporre le aspre differenze sociali, somministrando pace e giustizia, quindi un limite alle spese militari, e una condotta all'estero prudente e parca di grandezza e grandiosità.

    Questa l'idea fissa di Fortunato: predicare agli italiani la coscienza e il problema della loro miseria. Senonchè, essendo partito per la sua missione con un discreto bagaglio di entusiasmi e di speranze, gli accadde di doverli lasciare ad uso ad uno per via, riempiendo invece la sua bisaccia di nuovi timori e sospetti.

    Che se dapprima, come a tutti gli uomini della sua generazione l'unità politica conquistata quasi per caso gli parve dovesse diventare il principio d'una nuova era più prospera e fortunata, giunse più tardi a convincersi, con l'esperienza degli uomini e lo studio delle cose, che proprio un'unità effettiva e sostanziale era tutt'altro che raggiunta - e quello appunto era il problema che si doveva risolvere, superando ostacoli forse insormontabili.





    Alle condizioni naturali-storiche e geografiche della penisola, che egli conosceva e descriveva con così stoica, disperata ed arcigna esattezza, e a correggere i modi della politica nostrana, egli volle applicare le forme di quelle dottrine forestiere - liberali e democratiche - che gli erano care. Così difese in ogni istante e proclamò la necessità di confermare e rafforzare il sacro patrimonio delle istituzioni monarchiche e parlamentari, anziché abbatterlo, come troppe volte altri avrebbe voluto, cedendo alla sfiducia d'un momento e alla naturale "apatia cinica e demolitrice del volgo". Perché in questo ordinamento formale, quanto più esso é lontano e forse contrario alle nostre consuetudini secolari, egli vedeva il più efficace - se non l'unico - sistema di educazione progressiva, per un popolo come l'italiano, nel fondo autoritario, e uso per eredità e per costumi "o a troppo comandare o a troppo obbedire". Contro l'antica partizione della Camera -Destra e Sinistra - predicò un più logico e sostanzioso ordinamento dei partiti: la necessità che essi "abbiano, una buona volta, distinzioni vere e profonde, teorie non saltuarie né eventuali, contrasto di idee non opposizione di uomini... Bisogna che la Destra diventi realmente un partito conservatore, libero dall'empirismo del suo passato, e la Sinistra, scartando tutto ciò che é vieta reminiscenza scolastica, si ricomponga tutta, con tendenze positive, in partito democratico; l'una e l'altra inspirate da nobili sistemi più che da gonfi programmi di Governo".





    Egli appartenne a un ideal partito di Sinistra, o progressista - come allora si diceva - sostenendo fin dal 1880 il "concetto moderno di uno Stato democratico: dello Stato, cioè, in cui la partecipazione dei cittadini a' diritti garantiti dallo Statuto sia larga ed effettiva, e in cui gli interessi delle varie classi siano, il più che possibile, in equi rapporti fra loro e rivolti al maggior utile dell'universale". Poiché "un regime di libertà, nel mondo moderno, non é assolutamente compatibile se non col benessere delle moltitudini", compito precipuo dello Stato democratico doveva essere l'assicurare ai molti pace, libertà e giustizia, diminuendo il distacco, così grande da noi, tra le classi dirigenti e il popolo. "Conciliare l'Italia con gli italiani". E' d'uopo riconoscere francamente che questi suoi principi democratici non rassomigliarono mai alle teorie moderne d'origine tedesca e calvinista. Anche per lui (come per Albertini, per Einaudi, e qualcun altro degli ottimati, dei signori italiani) il pensiero di creare in Italia grandi partiti di masse e dar luogo a una piena e integrale lotta di classe e politica, non gli parve cosa seria. E il suo ideale rimase sempre quello d'un'onesta pedagogia. Si preoccupava anzi del fatto che gli Italiani volessero "progredire troppo in poco tempo, imitar troppo dagli altri in quello che non ancora rispondeva al nostro sviluppo storico". E di recente, interrogato a proposito della proporzionale rispose che, anche questa volta, si era voluto correr troppo, al solito. Insomma ebbe in qualche modo coscienza del fatto che, in Italia, anche la dottrina democratica, diventa una predica, con frutti lenti e quasi insensibili: e miglior consiglio gli parve quello di andar avanti adagio e con juicio.

    Sperò dapprima in un'opera di saggia moderazione ed educazione governativa: "uno stato così forte di autorità e di mezzi da condurre esso tutto il popolo italiano su le vie della cultura, della morale, della pubblica ricchezza". Più tardi s'avvide d'aver sognato, e si convinse ch'era "vana impresa concepire una qualsiasi grande opera fuori o al di sopra delle libere energie individuali", lasciando al Governo il compito di "rendere giustizia a tutti, e instaurare il regno della sicurezza personale". Errerebbe, tuttavia chi interpretasse quelle parole - libere energie individuali - altrimenti che così: sforzi singoli e sporadici di educazione politica e morale compiuti da ciascuno nel suo paese, tra la sua gente, per uno scopo comune che si raggiungerà, forse, in un tempo lontano. Invero una delle sue ultime parole in pubblico, lasciando il Parlamento nel 1909, fu questa: "Educhiamo l'uomo, tutti gli uomini della terra che ci vide nascere e ci nutrisce, - schiavi se non più del peccato, della materia, - e confidiamo nell'avvenire".

    Se a taluno, per avventura, l'opera sembri troppo lunga e difficile, o magari astratta, e la speranza d'un risultato futuro irrisoria; - gli confesseremo che, anche noi, dopo aver esplorato e studiato a lungo tutte le strade, non abbiam poi saputo trovare un più saldo e sincero cammino.NATALINO SAPEGNO. (dal web)

Basilicata, Lucania, Giustino Fortunato, Franchetti, Edizione D'epoca, Rarita', 1918