Prina, Carcano, Interessante Edizione Dell800, Rarita

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BENEDETTO PRINA

 

 

COMMEMORAZIONE DI GIULIO CARCANO

 

LETTA NEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE NELLA SOLENNE ADUNANZA DEL 10 GENNAIO 1889

 

 

 

 

Milano, Bernardoni-Rebeschini, 1889

 

Cm.24, pp.26, senza legatura o copp.

 

 

Interessante dissertazione d'epoca, sulla figura del celebre letterato del quale è un profilo bio-bibliografico.

 

 

 

DI INTERESSE CULTURALE E BIBLIOGRAFICO

 

Buona conservazione generale,  segni e difetti d'uso e d'epoca, dedica autografa di Giulia Maria Carcano, bollino al front. di vecchia catalogazione personale, esemplare senza copertine o legatura, degno di rilegatura.

 

 

 

Giulio Carcano nasce a Milano il 4 agosto 1812 da un’antica e nobile famiglia. La nonna materna è Marianna Imbonati, sorella di Carlo: di qui la frequentazione, sin dai primi anni con i Manzoni.

Dal 1824 al 1830 studia al Collegio Longone ed è compagno di Cesare Correnti. Dal 1831 studia Legge all’Università di Pavia, dove si laurea nel 1835.

Nel 1834 pubblica Ida Della Torre, novella in versi che gli costa alcuni tagli da parte della censura austriaca ma che lo introduce nel salotto del Grossi, nel quale stringe amicizia con Torti, D’Azeglio, Borsieri e si salda il rapporto con il Manzoni, che dura fino alla morte di quest’ultimo.

Nel ’36 e ’37 collabora con Correnti al Presagio, una strenna con intenti patriottici, in cui pubblica due novelle, Il giovine sconosciuto e Benedetta e due scritti critici su Foscolo e Parini.

Nel 1838 inizia la collaborazione alla Rivista europea. Nel ’39 esce Angiola Maria, seguita, nel 1843 dai Racconti semplici. Nel frattempo comincia a frequentare gli ambienti più impegnati nella lotta risorgimentale, come la casa dei fratelli Porro e il salotto di Clara Maffei, dove conosce, nel 1842, Giuseppe Verdi, con il quale stringe una lunga amicizia.

Nel ’48 si sposa con la cugina Giulia Fontana; durante le Cinque Giornate collabora con il Governo provvisorio e viene inviato a Parigi per chiedere l’aiuto francese. Al ritorno degli austriaci è costretto all’esilio,che trascorre spostandosi tra Piemonte e Canton Ticino. Nel 1850 è rimpatriato ma gli è interdetto qualsiasi pubblico ufficio; è quindi costretto a dedicarsi all’insegnamento privato, che lo lascia però insoddisfatto, fino al ’59. Nell’anno che lo vede fare ritorno a Milano esce anche Damiano: storia di una povera famiglia, uno dei primi esempi di romanzo sociale, seguito nel ’52 dalla novella Nunziata e nel ’53 dal racconto campagnolo Selmo e Fiorenza e da Dodici novelle. Nel 1857 viene pubblicata la tragedia Spartaco, nel ’60 Arduino e nel ’61 Poesie edite e inedite per Le Monnier.

L’anno 1859 segna un’importante svolta non solo nella storia italiana, ma anche nella vita dell’autore: con la cacciata degli austriaci dalla Lombardia, il nuovo governo gli riconosce i meriti che erano stati ignorati negli anni precedenti e lo insignisce di prestigiose cariche, che culmineranno con la nomina di Senatore del Regno nel 1876.

Nel ’70 pubblica la tragedia Valentina Visconti e tra il ’70 e il ’71 raccoglie le sue novelle in tre volumi: Novelle campagnuole, Novelle domestiche e Racconti popolari. Nel 1874 lavora per l’editore Hoepli ad un’edizione completa delle opere di Shakespeare, di cui è traduttore. Nell’’81 esce la novella campagnola Dolinda di Montorfano e nell’’82 il poemetto Elvezia.

Ormai malato, l’autore si trasferisce definitivamente a Lesa, presso Novara, dove trascorre l’ultimo periodo della sua vita accanto alla moglie ed alla figlia (nata nel ’50) e qui muore il 30 agosto 1884.

 

Carcano riscosse notevoli consensi dalla critica e dal pubblico contemporanei. Le sue opere furono tra le più lette del tempo ed il romanzo Angiola Maria fu tradotto in inglese, tedesco, russo e francese. Il suo successo è da attribuirsi, almeno in parte, al ruolo che svolse nella cultura lombarda, soprattutto negli anni ’40, che lo videro protagonista in tutti i settori culturali e intermediario tra i maggiori intellettuali del tempo.

La novella campagnola costituisce solo un filone della produzione letteraria dell’autore, che scrisse anche romanzi, tragedie, saggi critici e poesie. Il tema campagnolo, comunque, attraversa in modo più o meno evidente, tutta la sua produzione.

La sua attività letteraria si colloca tra la decadenza del genere del romanzo storico e lo sviluppo della corrente realista francese. Da una parte abbiamo quindi Manzoni, il primato della morale cattolica, la funzione educativa dell’arte e la scelta degli umili come protagonisti delle vicende narrate; dall’altro, invece, troviamo Honoré de Balzac, Victor Hugo, Stendhal, George Sand e Eugène Sue, che si concentrano su un’analisi realistica della società contemporanea. Carcano giunge ad una sintesi tra i due modelli e s’ispira al modello manzoniano, attualizzandone la prospettiva storica, scegliendo di narrare fatti contemporanei. Gli umili risultano quindi essere i personaggi delle sue opere, in linea con la poetica del Manzoni e con l’analisi della situazione socio-economica dell’Italia contemporanea. Da qui l’interesse per la campagna lombarda e per i suoi abitanti.

Della poesia domestica (1839) può essere considerato un vero e proprio manifesto programmatico dell’intera produzione dell’autore. In questo scritto, Carcano, partendo da un’analisi della situazione socio-culturale italiana, trova nel tema domestico l’unica possibilità di confermare alla letteratura una funzione morale, ma anche quella di esprimere e rappresentare un’epoca storica. Infatti, lo scrittore ravvisa nella crescente industrializzazione il trionfo del materialismo a discapito delle tradizioni e dell’autenticità e vede la famiglia come l’<<unico rispettabile asilo della nostra pace e delle nostre affezioni [...] il legame più forte che ci unisca alla terra, l’ultima sacra cosa che forse a noi rimanga>>. La famiglia è il ponte tra la tradizione e l’epoca contemporanea, in quanto depositaria di valori universali e immutabili.

Le trasformazioni dell’agricoltura lombarda in senso capitalistico, avviatesi negli ultimi decenni del ‘700, impongono una sensibilizzazione della classe dei proprietari (aristocratici e borghesi indistintamente) sulla situazione in cui versano le masse contadine, la cui emancipazione si fa necessaria perchè possano partecipare al processo di trasformazione economica di cui necessita il Paese. Su questa linea si colloca anche la denuncia delle difficili condizioni di lavoro in cui si trovano ad operare le masse operaie, soprattutto in filanda e la condanna del lavoro minorile. Si prospetta così l’avvio di un dialogo con i ceti popolari.

Possiamo dire che Carcano orienti sul piano intimistico la ricerca del Vero, già intrapresa da Manzoni; soprattutto egli si concentra sulle “virtù domestiche” quali la rassegnazione, la fede, il perdono, il sacrificio, connotate in senso esplicitamente cristiano e contrapposte al vuoto di contenuti lasciato dalla crisi del romanzo storico.

Le sue novelle sono articolate come brevissimi romanzi composti di varie fasi: un’introduzione, in cui l’autore presenta il tema generale; la vicenda, narrata in sequenze narrative distinte, che talvolta sono veri e propri capitoletti, ed infine la conclusione moraleggiante.

L’autore vede nei ceti più umili i depositari non solo di un insegnamento morale, ma anche l’ideale per quel che concerne la lingua e lo stile: << La verità e la semplicità del pensiero, l’armonia della forma, la vivacità e la forza del linguaggio, questi sono i primi elementi della bellezza estetica, questi voi potete trovare nel popolo>>.

A differenza di quanto si potrebbe pensare dalla scelta del ceto sociale da cui provengono i suoi protagonisti, il destinatario di Carcano non è il contadino, bensì il “signore”. Questo fatto è presto dimostrato se pensiamo che le sue novelle erano edite dapprima su rivista. La scelta della Rivista europea è significativa del fatto che un pubblico colto e borghese fosse il principale interlocutore dello scrittore.  Ad esso vengono presentati gli esempi di virtù campagnola, da cui dovrebbe trarre insegnamento e spunti per rigenerarsi. La città è quindi vista come sede di valori inautentici, serializzati, materialistici. E’ pure vero, però, che l’utilizzo da parte del Carcano di una lingua naturale, chiara e semplice lascia trasparire, oltre ad un intento “realista”, anche la volontà di rendere le sue opere fruibli anche dai ceti artigiani e piccolo borghesi.

Indispensabile per capire a fondo l’idea di Carcano è Della letteratura rusticale. Lettera a Giulio Carcano, di Cesare Correnti, scritto che possiamo considerare una sorta di manifesto della corrente, apparso sulla Rivista europea nel 1846. In questa lettera, il Correnti sostiene che in Italia manchi chi si dedica allo studio della classe popolare che abita le campagne, dalla quale le classi cittadine potrebbero trarre numerosi esempi di virtù ed esorta Carcano a rendere il lettore partecipe dello <<spettacolo quotidiano di una natura domestica e sublime>>. Ne deriva una narrativa a metà strada tra moralismo e patetismo.

Carcano non disegna personaggi a tutto tondo, bensì campioni di virtù, le cui vicende servono da exemplum e devono fornire al lettore un insegnamento morale. Essi sono figure immerse in uno sfondo paesaggistico che possiamo definire “generale”, ovvero non particolarmente connotato, che si potrebbe ricondurre ad un qualsiasi paesaggio lombardo o piemontese, se non fosse per la precisione toponomastica che caratterizza i racconti dello scrittore milanese. Egli mira a portare un messaggio morale attraverso un’idealizzazione della plebe: i suoi personaggi sono delle maschere, ognuna delle quali rappresenta una virtù modesta e campagnola, nell’ottica della religione cattolica (per l’aspetto del cattolicesimo è necessario notare l’influenza del Manzoni). Il Vero che descrive l’autore è dunque un Vero ideale che emerge dalla contrapposizione dialettica tra una città connotata negativamente come luogo di inautenticità e corruzione morale ed una campagna connotata positivamente come depositaria dei valori tradizionali e della purezza spirituale.

Al centro delle vicende narrate sono singoli individui, per la maggior parte figure femminili, dotate di una determinata qualità morale, che fa loro guadagnare la simpatia e la solidarietà del lettore.

Lo stile di Carcano si rifà all’insegnamento manzoniano: egli adotta un tono medio e cordiale, con frequente utilizzo di idiotismi e toscanismi, che conferiscono disinvoltura al discorso. L’io narrante, rigorosamente onnisciente, modula i suoi interventi su tonalità diverse, che vanno dal tono saggistico, ricco di inflessioni moralistiche e predicatorie, che elevano la materia narrata, alle reiterate esclamazioni patetiche, che la avvicina al melodramma.

A nobilitare le protagoniste e farle portatrici di virtù concorrono le similitudini di derivazione classica, come ad esempio il paragone di Rachele con una cerva in fuga, oppure i riferimenti dotti alla pittura, come Fiorenza paragonata ad una Madonna del Luini.

La tecnica descrittiva dell’autore può essere definita “pittorica”: egli spesso “inquadra” il protagonista o gruppi di personaggi in una posizione statica che ne fissa le virtù morali, come Rachele abbracciata ai figli, Nunziata che prega, la riconciliazione di Fiorenza con il padre......(DAL WEB)

 

 

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